Performare lo spazio pubblico: l’installazione ambientale di Rem&Cap

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È negli anni caldi della contestazione sociale che sfocerà nei movimenti del 1977, che operano due artisti anomali, i romani Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, connotati fin dagli esordi da una ricerca operativa che, pur nel quadro delle rivendicazioni culturali e politiche del momento storico, traccia una strada diversa – per certi versi solitaria e autonoma, non senza conflitto con le aree radicali del movimento –, declinando le questioni “politiche” del teatro in una forma nuova, affrontando in prima persona il rinnovamento dei linguaggi della scena. Questa declinazione dell’impegno sociale, nelle loro opere, non si esplica attraverso la messa in scena di frammenti del quotidiano, ma in un radicale e inedito rinnovamento dei linguaggi della rappresentazione, ivi compreso il ruolo dell’attore, che diviene a tutti gli effetti un performer nel senso di colui che, senza rinviare a un personaggio, agisce in scena, nel qui ed ora del tempo quotidiano condiviso con lo spettatore.1

Remondi & Caporossi, Rotòbolo, 1976. Courtesy Riccardo Caporossi

In altri termini, se il teatro intende divenire uno strumento decisivo nell’elaborare un modello di società nuova, esso deve ridisegnare il dialogo con la realtà, senza però cadere nei clichè del teatro-documentario o di impegno civile, elaborando invece pratiche etico-politiche capaci di avere una ricaduta efficace sulla società, e fondate su un ripensamento dei linguaggi attraverso cui esprimere e condividere le istanze di una nuova consapevolezza nei confronti dell’esistenza.Questo tratto specifico del teatro di Remondi e Caporossi sfocia – in una delle sue tante manifestazioni – in una vera e propria ridefinizione dello spazio della performance, invadendo il contesto urbano.2

Remondi & Caporossi, Rotòbolo, 1976. Courtesy Riccardo Caporossi

Rotòbolo è un lavoro che testimonia plasticamente questa nuova idea di spazio pubblico, che si colloca in un contesto di fruizione cittadina – nello specifico installandosi nella Piazza Vetra di Milano – a partire dal quale rileggere sia la città e le relazioni che la cittadinanza articola al suo interno. Al centro della piazza i due artisti montano un enorme cilindro in acciaio – progettato da Riccardo Caporossi come risultato della sua tesi di laurea in Architettura – che si appoggia su un’altra struttura metallica. L’azione scenica dura 45 minuti e l’architettura è divisa in cinque diverse sezioni indipendenti. Gli spettatori entrano – in un numero di venticinque per volta – all’interno della struttura cilindrica; una volta dentro, gli spettatori fanno ruotare le cinque sezioni, producendo diverse sonorità, sul modello delle macchine industriali che alienano il lavoro umano, tema bersagli critico dell’opera. Durante lo sviluppo della performance, due assistenti caricano su una barella uno degli spettatori e lo espellono dalla struttura, come a significare che il lavoro è concluso e il pubblico può lasciare la sala macchine.

Proprio questa gigantesca macchina installata in Piazza Vetra, dà luogo a una serie di vandalismi e atti di contestazione dei movimenti antagonisti, che Franco Quadri, meno di un anno dopo, nella sua non-introduzione al volume dedicato a L’avanguardia teatrale in Italia, ricorda in questi termini: «Non essendovi festival da mettere in discussione o triennali da occupare, la contestazione artistica, manovrata ora dalla base giovanile, prende la via più generale e generica dell’autoriduzione. Confondendo strutture e sovrastrutture, rivendicando pane e cinema, esaltando il libertarismo e imponendo l’intransigenza moralistica di nuove censure come le femministe in crociate antiporno, la tensione al proprio privato può anche deviare in intolleranza negatrice dell’altrui, e, nel caso di Autonomia Operaia, riversare in impulsi meramente distruttivi l’odio contro quel che a tutta prima non si capisce, o non si vuol capire. Prima mi sbagliavo, perché è nel caso di un festival che i fermenti degli autonomi s’incontrano per la prima volta col teatro, a Milano, durante i Confronti Teatrali, nel maggio 1976. Non ce l’hanno però con la manifestazione, ma proprio con un duo di artisti autodidatti, di emarginati come loro, Remondi e Caporossi, che da pochi anni propongono esempi di teatro – lavoro assolutamente situazionale, dove i riferimenti intellettualistici non sono indispensabili alla comunicazione, perché si può tranquillamente ignorare che la contrapposizione carnefice – vittima e il senso concentrazionistico delle loro composizioni ha una matrice nell’opera di Beckett, che il procedere figurativo delle loro rappresentazioni immediate e quasi sempre mute si rifà al fumetto, che il linguaggio dei materiali utilizzati accumula memorie dell’arte povera […].3

Remondi & Caporossi, Rotòbolo, 1976. Courtesy Riccardo Caporossi

Rotòbolo (1976) di Claudio Remondi e Riccardo Caporossi.
Interpreti: Riccardo Caporossi, Sabrina De Guida, Lillo Monachesi, Claudio Remondi.
Milano, Piazza Vetra, 1976